“RICORDI DI UN’INFANZIA LONTANA”

Gennarino mi ha suggerito di scrivere questi miei ricordi.
Io li dedico a Lui e Paola, nostri carissimi amici
Irma Roscetti ved. Ferri

Mio nonno Antonio Roscetti e mio padre Augusto, avevano a Mondolfo, dove vivevano, un’impresa edile.
Un giorno attorno il 1910, un signore alto, distinto, venne a cercarli, era il Barone Alfonso Kubber di origine tedesca, voleva costruire una villa a Marotta vicino al mare per trascorrervi i mesi estivi.
Aveva già pronto un progetto eseguito da un architetto di Roma dove lui abitava.
Iniziarono subito i lavori e in breve tempo, la prima villa di Marotta fu terminata.
Aveva due torrette che la rendevano slanciata e originale. Una lunga vetrata con vetri spessi a colori vivacissimi, davano luce alla lunga scala che portava al piano superiore della zona notte. Tutta recintata da un alto muro, sul quale verso il mare erano due capanni spogliatoi, uno per il Barone e uno per gli ospiti. Un’altra costruzione più grande, sempre nell’interno, coperta a terrazzo con vista sul mare era adibita a camera da lavoro.
L’edificio era contornato da un grande appezzamento di terreno coltivato metà a giardino e metà ad orto.
Il Barone aveva una figlia di nome Ginetta alla quale era affezionatissimo. Era nata nel 1905 da una signora toscana che non viveva più con lui.
Le impartiva una educazione molto severa. Venivano con loro, da Roma, due istitutrici per insegnarle storia, geografia, italiano, aritmetica, francese e pianoforte. Poiché trascorrevano tutta l’estate a Marotta per rendere più piacevole le vacanze dell’amata figlia, il Barone chiese a mio padre il permesso di ospitarmi nella loro villa come compagna di giochi di Ginetta, quasi mia coetanea, di due anni più grande di me.
E’ superfluo dire il mio entusiasmo, mi sembrava di essere Alice nel paese delle meraviglie.
Suonava il campanello per avvertire che era pronta la colazione, il pranzo e la cena. C’era ogni ben di Dio .
Anche a casa mia non mancava niente, ma vedere entrare la cuoca con il grembiulino bianco la crestina in testa…era un’altra cosa!
Il Barone ci insegnava a nuotare, ci metteva sulle sue robuste spalle e ci faceva tuffare, in quella competizione di giochi erano risate e strilli che mettevano il Barone in buon umore, egli ritornava bambino come noi.
In uno dei suoi viaggi a Roma ci riportò due bambole bellissime, una per Ginetta e l’altra per me.
Aveva un grosso cane bianco, un pastore maremmano.
C’erano allora molti zingari che passavano a chiedere l’elemosina; bussavano, la servitù apriva il cancello poi rientrava in casa a prendere qualche cosa (nessuno andava mai via a mani vuote).
Il cane legato con una robusta catena abbaiava insistentemente, noi due per paura che gli zingari venissero a portarci via, ci nascondevamo dentro la sua cuccia; solo li ci sentivamo protette.
Il dottore abitava proprio nel paese di Mondolfo a sei chilometri di distanza ed allora era alquanto disagevole muoversi. Non essendoci farmacie a Marotta per tutto quello che succedeva, da una puntura di pesce ragno, a ferite più o meno gravi, venivano a farsi medicare dal Barbon, come i marottesi lo avevano ribattezzato per via della sua lunga e folta barba.
Lui con il suo armadietto di pronto soccorso, fascette sterili, cotone , alcool, tintura di odio, ammoniaca e cerotti, con pazienza prestava gratis la sua opera ed era benvoluto da tutti.
Per il compleanno della figlia aveva preso in affitto da Nicola Portavia, soprannominato “el gatt” la sua barca che era la più grande di tutte e per questo la chiamavano “el barcon”. Avevano allestito, al centro, una tavola apparecchiata, la torta con le candeline pronte per accendere, il grammofono, le acetilene tutte intorno.
La villa aveva due torrette, illuminata nel buio della notte sembrava un castello di sogno.
Partimmo; in principio c’era un gran silenzio rotto solo dal ritmo cadenzato dei remi con cui i fratelli Nicola e Giuseppe Portavia frangevano l’acqua. Il mare era calmo ma la barca un poco ondeggiava. Quando fummo in alto mare il Barone diede l’ordine di gettare l’ancora e di servire la cena. Incominciò un cicaleggio sempre più forte che raggiunse il massimo quando il grammofono spargeva la sua voce. Le signorine accesero le candeline, Ginetta le spense tutte in un soffio. Il Barone tagliò la torta, stappo lo spumante, lo versò nelle coppe per brindare intonando: Tanti auguri a te, tanti auguri a Ginetta.
Noi brindavamo con quel vino dolce saporito rammaricandoci che nelle nostre coppe il Barone ne aveva messo poco, in compenso mangiammo tanta torta perché le signorine con il mal di mare avevano ben altro da fare che pensare a noi. Al ritorno le famiglie dei pescatori al completo erano ad attenderci sulla spiaggia per fare gli auguri a Ginetta. Quando la videro scendere dalla barca, sulle braccia del Gatt fu un gridare di auguri e uno scroscio di battimani. Provammo tanta gioia perché sentivamo che non esistevano barriere di classe ma simpatia e affetto sincero; avremmo voluto baciare uno ad uno quei piccoli spettinati e scalzi, nei cui occhi si leggeva tanta felicità.
L’Adriatico di allora era un mare con molte varietà di pesci, i pescatori venivano a venderli al Barone. Un giorno arrivarono alla villa con un pescecane vivo dentro una tinozza piena d’acqua di mare ricoperta da una rete. Non so se il Barone l’ebbe in regalo o lo comprò. Noi andammo a vederlo, aveva la bocca con doppie file di denti e ci sembrò enorme. Un giorno venne a far visita il maestro Pindaro Ravaioli di Mondolfo con la figlia Enrichetta. Il Barone s’intratteneva con lui che era studioso di reperti archeologici, la loro conversazione non poteva interessare la bambina anche se questa era più grande di noi. Scese in giardino a curiosare, rimanendo zitta, impalata, con il vestitino nuovo. Era una giornata d’agosto caldissima, io e Ginetta giocavamo vicina alla fontana con tubo dell’acqua. Vedendoci osservate non so casa ci passò nella mente, fu un senso di antipatia, di cattiveria, malizia o incoscienza? Fatto sta che voltammo il tubo verso di lei e la innaffiammo, Enrichetta rientrò piangente e gocciolante a narrare le nostre poco edificanti gesta. Morale della favola… io e Ginetta fummo chiuse per tre giorni senza possibilità di uscire, senza fare il bagno, senza frutta, senza gelato, senza dolci. Ci davano solo un piatto di minestra e verdure. Unica consolazione ; la prigione era la nostra camera da letto, così insieme potevamo parlare e meditare sulle nostre malefatte e il tempo ci passo più in fratta.
Penso con nostalgia a questa mia compagna di giochi buona, bionda e bella che mi confidò di aver trovato tra le carte, nello studio del padre, l’indirizzo della sua mamma e raggiunta l’età adulta sarebbe fuggita. Un giorno mi condusse su una delle torrette, c’era un lungo cannocchiale e un grosso mappamondo dove erano indicate le costellazioni. Ginetta mi disse che il padre amava molto lo studio degli astri. Le malelingue insinuarono che il Barone fosse una spia al servizio dei tedeschi e dalla torretta segnalasse notizie alle navi. E’ mia profonda convinzione che non poteva essere vero perché nei lunghi soggiorni estivi che si protrassero per più di quattro anni avevo constatato la generosità e la bontà del suo animo.
Il 24 maggio del 1915 mio padre fu chiamato alle armi: era scoppiato il primo conflitto mondiale. Negli anni seguenti il Barone vendette la villa a un certo Giorgi abitante nell’entroterra pescarese e ritornò a Roma. Finita la guerra, mio padre che conosceva l’indirizzo andò a trovarlo per chiedergli il saldo per i lavori della villa. Gli confidò che aveva avuto una vertenza giudiziaria con il fratello in Germania, terminata però per lui con esito sfavorevole. Aveva dovuto vendere l’appartamento di Roma e si era lasciato quel sottoscala dove dormiva e cucinava, era solo e pieno di debiti. Al suo dissesto finanziario avevano contribuito la numerosa servitù che non badavano a spendere. Il mio babbo ebbe compassione, straccio le cambiali e non osò neppure chiedergli notizie dell’amata figlia.

-Scritto a 90 anni di età 30 – 1 – 1997
Roscetti Irma è nata a Mondolfo l’ 1 – 1 – 1907