La tratta è una tecnica di pesca conosciuta fin dall’antichità come dimostrano pitture tombali egizie e ceramiche fenicie, cartaginesi e greche; sicuramente anche la pesca miracolosa dei vangeli veniva effettuata con un tipo di rete simile alla tratta: è un tipo di pesca che si effettua in bassi fondali e sabbiosi. Fin dall’antichità, le vicinanze della nostra costa furono abitate principalmente da agricoltori che, a causa delle scorrerie dei pirati provenienti dal mare e dalla asperità acquitrinosa dei luoghi vicino ad esso, si erano stabiliti sulle colline sovrastanti e nei paesi vicini. Man mano che le coste diventarono più accessibili e più ospitali ed il pericolo dei predoni scomparve, la popolazione dalle colline scese verso il mare e, vinta la paura iniziale, cominciò a conoscerlo e a dedicarsi alla pesca, procurandosi così un’altra fonte di sussistenza anche se più dura e pericolosa dell’agricoltura. Il nucleo di persone che si stabilì vicino alla costa si diede alla pesca dedicandosi appunto a questo tipo di lavoro che doveva essere svolto collettivamente, impiegando anche le loro donne ed i ragazzi. Si cominciava di notte al chiaro di luna fino alle prime luci dell’alba. Spesso tanta fatica per niente. Tutte le tratte di Marotta si portavano sul posto occupando una zona, tratto di spiaggia pronte per calare quasi sempre verso Torrette (a quei tempi c’era molta rivalità, anche un piccolo sgarro o una piccola incomprensione poteva accendere fatti molto seri) essendo la zona molto sabbiosa e perciò meno difficoltoso tirare la rete a riva. Il pescato, anche se abbondante, non poteva essere utilizzato al meglio in quanto non c’erano mercati coi quali vendere il pesce, veniva perciò utilizzato principalmente come merce di scambio. Molte volte, dopo aver fatto una pescata, la man del ponent, durante la calata del sole, quando ancora all’orizzonte c’era na canna d’sol, quando il sole era alto due o tre metri sopra le colline, verso le dieci o le undici di sera, il pescato veniva caricato su una carretta birocina trainata a mano durante la notte da due persone per trovarsi al mattino a S. Lorenzo in Campo, Pergola e paesi vicini lungo strade ghiaiose e piene di buche; attraversando la campagna si incontravano anche famiglie di contadini e il pesce veniva barattato con generi di prima necessità: grano, vino e quanto si poteva reperire dei miseri prodotti della campagna, per sostenere le necessità delle proprie famiglie. I primi pescivendoli scesi dai paesi vicini S.Costanzo, Mondolfo, prelevavano il pesce dai pescatori e con un cesto un canestr sulla testa lo portavano a vendere. Di soldi ne ritornavano sempre pochi perché non esisteva un mercato vero e proprio; i pescivendoli prima lo vendevano poi pagavano i pescatori e, a sentire loro, lo dovevano sempre buttare via, dietra na fratta dietro una siepe perché invenduto. Mi ha raccontato Ciro dla Menca, Ciro Francesconi marito di Domenica Pasquini (gli ultimi gestori della Messaggeria e Albergo Marotta Osteria, ora chiamata comunemente Vecchia Osteria dove le suore Pie Venerini gestiscono la Scuola Materna) che i componenti della tratta ciurma, dopo la pescata del ponente, in attesa di calare ancora la rete, chi poteva, tornava a casa e chi abitava più lontano dormiva, magari tutto bagnato, avvolto in una giacca o a qualcos’altro sulla sabbia in riva al mare sotto le stelle e la brina, per poi ricominciare. Sempre Ciro mi ha raccontato che nei periodi di pesca più intensiva per integrare la ciurma giva a fa la gent andava a cercare le persone, si recava al lundì bel a Mondolfo ( il Lunedì a Mondolfo fino poco tempo fa era giorno di festa, con mercato e ballo per vari motivi anche la campagna si dava appuntamento in paese) e all’Osteria ai presenti offriva del vino e chiedeva se qualcuno desiderava pescare la tratta, vicino al litro di vino erano tutti disponibili, ma a pescare non si vedeva mai nessuno. Alla domanda come era la vita a quei tempi, ha risposto; un giorno tornato dalla pesca stanco e affamato ho preso dalla mattra Madia un culet d’pan un colletto di pane e mi sono diretto verso l’orto ( dove ora c’è il bar dell’Hotel Cinzia) a raccogliere una cipolla, dietro le spalle sento un urlo di mio padre; non la coja, taja le foj ! non la raccogliere taglia solo le foglie. Visto che mi era negata anche una cipolla, dalla rabbia ho gettato via pane e coltello, me lo ricordo come fosse accaduto ieri, non c’era nulla, era così! Con la tratta si catturavano molte specie di pesce, dice Bruno Simoncini Mandulin: a volte, nei mesi caldi, si prendevano i cagnoi, Palombi anche da un chilo, pesce che appartiene alla famiglia dei pescicani, da bon, che non stanno molto lontani dalla costa e che non sono pericolosi. Mandulin ha pescato anche delfini: ce n’erano molti che nei mesi di marzo aprile seguivano i branchi di pesciolina (pesce novello) fino a riva; quelli da 30 o 40 kg. si vendevano facilmente quelli più grossi non li voleva nessuno. In autunno con la tratta, si pescavano anche le anguille. Si calava solo la rete e le anguille che, in quel periodo vanno a riprodursi in Atlantico nel mar dei Sargassi, ( il Sargasso è un’alga bruna oceanica galleggiante) venivano accerchiate e tirate a riva. Bino Portavia racconta che da ragazzo nel 1930, il giorno del grande terremoto che ha colpito duramente questa zona, si trovava a tirare la tratta verso Torrette e che, in pochi secondi, causa il movimento tellurico, lui e i suoi compagni sono affondati nella sabbia fino alle ginocchia, come nelle sabbie mobili. Ricorda ancora che molte anguille messe in un laghetto vicino alla riva rinchiuse dentro un burchi, (cassone di legno simile a una barca, piena di buchi per il ricambio dell’acqua) per conservarle fino a Natale, molte erano morte a causa del terremoto (forse perché troppo ristrette). A Marotta, fino a pochi decenni fa, le vecchie famiglie marinare utilizzavano ancora la tratta come fonte di guadagno. Per quanto la pesca della tratta fosse un tempo diffusa su tutto il litorale, è andata man mano scomparendo quasi ovunque. Per guadagnare più spazio di pesca in mare, un tipo di rete simile alla tratta veniva trainata a strascico parallelamente alla costa. Prima da una barca a vela che procedeva di traverso con i bracci della rete legati su pennoni che sporgevano a poppa e a prua, più tardi da due barche dal nome Paranze (imbarcazione molto usata nella costa marchigiana e abruzzese) perché trainavano la rete a coppia e procedevano alla pari, la rete che adoperavano veniva chiamata Paranza. Uno stesso tipo di rete derivante dalla tratta, trainata da una Tartana, (imbarcazione simile alla Paranza conosciuta da molto tempo nel Tirreno e in tutto l’Adriatico) veniva chiamata Tartana. Nella nostra zona la rete che si adopera per la pesca a strascico si chiama comunemente Tartana. In tempi moderni questa rete è stata adattata e perfezionata ed anche ingrandita per essere trascinata da grosse barche a motore con il nome di Volante. Mentre le reti a strascico si appesantiscono di piombi perché devono raschiare il fondo, la volante è così chiamata in quanto dovrebbe pescare ad una profondità inferiore in modo da non danneggiare il fondale marino. Se la pesca della tratta a Marotta è rimasta fino a pochi anni fa il merito è di Mandulin (Simoncini) che ha continuato la tradizione dei leggendari capitratta marottesi: Baffon ,Ciro, Menc, Antognacc, Carulin, ElGatt, Corado, Tilon, Nemesi. La tratta veniva anche praticata da gruppi di pesca sportiva come “el Cioso” ( Adriano Montanari) il quale occupava il tempo libero pescando pesce freschissimo che spesso e volentieri arrostiva sulla spiaggia, offrendone generosamente e orgogliosamente a tutti gli amici e bagnanti. Il pesce di tratta, così cucinato in riva al mare e consumato sulla barca nel bagnasciuga, è una delizia da veri intenditori, senza contare poi i bicchieri di “bianco” necessari per annaffiarlo a dovere.